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"Mektoub my love, il mio inno alla vita"

Dopo il successo di La vita di Adele, Abdellatif Kechiche torna sul grande schermo il 24 maggio con Mektoub, my love: Canto Uno. Presentato in concorso a Venezia e ispirato al romanzo autobiografico La blessure, la vraie di Francois Begaudeau, il film (primo di una trilogia) porta con sè un messaggio universale, un pensiero ben sintetizzato in questa lettera del regista tunisino che pubblichiamo interamente.

Mi piacerebbe restituire al cinema la sua dimensione sacra, e vorrei che andassimo a vedere un film con lo stesso spirito con cui partecipiamo ad una cerimonia. Anche se in molti pensano che sia un’illusione, ho sempre mantenuto la convinzione che il cinema partecipi ad una nuova era, possibile, dell’umanità. Mi sento tanto un regista quanto un artigiano di questa speranza. Se perdessi questa mia visione utopistica, perderei insieme ad essa il desiderio di fare cinema. 

Aspiro a fare in libertà dei film che siano anch’essi liberi, realizzati con pochi mezzi, e con l’intento di raccontare una storia, di partecipare al risveglio dell’anima (anche se il mio spirito non è più sveglio di altri). Sono cosciente che la mia anima è oscurata da questo nuovo secolo. Senza essere un politico, le circostanze della mia nascita, le mie origini, la mia carriera, fanno di me un’entità politica. Dentro di me, i miei pensieri, i miei sentimenti, sono diventati politici perché la società mi ha politicizzato. 

Ho girato questo film perché, pur non essendo biografico, riflette qualcosa di me. Non volevo parlare di me, non volevo spiegarmi. Tutti abbiamo avuto delle esperienze amorose in gioventù. Non ho la personalità dei miei protagonisti ma posso identificarmi in ognuno di loro. Li guardo, li osservo, li amo, tutto qui. Li analizzo senza giudicarli. Mi fanno domande sul mektoub, sul destino, sulla natura del bene e del male e sulla loro ambiguità. 

Questo film è anarchico nel senso nobile del termine, e cioè che mira a spezzare le catene della gerarchia. Il cinema francese è ostile ai miei discorsi sulla libertà, e questo ha posto più di un ostacolo all’esercizio della mia professione.
Questo film induce ad una riflessione sul significato della parola “destino”. Siamo predestinati? Siamo governati da forze più gradi di noi? Qual è l’impatto della storia, delle decisioni di alcuni, sulla vita di noi tutti? Esiste davvero il libero arbitrio? 

Il film si pone la questione di comprendere se gli eventi a livello individuale abbiano ripercussioni su una famiglia o, più ampiamente, su una nazione. E, viceversa, se le decisioni prese a livello governativo abbiano un impatto sui gruppi e sugli individui. Può un intero popolo essere chiamato alle armi? A distanza di decenni si tende a dimenticare l’azione all’origine di eventi che influenzano il destino degli individui attraverso il tempo. La mia non vuole essere una lezione, ma una visione. Lascio che lo spettatore giudichi da sé. 

Cercare la verità non vuol dire accusare. C’è una spaccatura nella società, ed è necessario capirne l’origine.
La Francia non è una nazione bianca, bensì multiculturale e multireligiosa.
Questo film vuole essere un inno alla vita e alla luce, un’ode alla bellezza, una storia gioiosa ed euforica che analizzi le conseguenze di azioni passate sul presente. Questa luce è la libertà di pensiero, la libertà che rivendico. 

Abdellatif Kechiche 

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